
“Manchester Must Dance: A Life of Music, Madness and Moving On Up”, scritto da Mike Pickering con Paul Morley, non è soltanto la memoria personale di un DJ, produttore e talent scout, ma una lunga attraversata dentro sessant’anni di cultura pop britannica, club culture, post-punk, acid house, football, politica e industria discografica. Il libro ripercorre la vita di Pickering e si allarga fino a diventare una mappa sonora della città: dai quartieri popolari del nord di Manchester ai dancefloor globali, passando per Factory Records, The Haçienda, M People e l’esplosione della dance music nel mainstream. È il racconto di una città che non ha soltanto prodotto band leggendarie, ma ha imparato a ballare prima, meglio e più radicalmente di molte altre. Pickering è stato dentro la cabina del DJ, negli uffici delle label, nelle band, nei club, nei festival, nei backstage, nelle decisioni che trasformano un disco sconosciuto in un movimento. È una figura meno celebrata di altri nomi della mitologia mancuniana, ma spesso si trova esattamente nel punto in cui le cose iniziano a succedere. Alla Factory Records mise sotto contratto band come Happy Mondays e James, contribuendo a definire quel miscuglio irripetibile di indie, funk, psichedelia, rave e working-class attitude che avrebbe trasformato Manchester in una capitale culturale. Allo stesso tempo, fu tra i DJ che portarono la house music dentro l’Haçienda, intuendo prima di molti altri che i dischi importati da Chicago e New York non erano una moda passeggera, ma l’inizio di un nuovo linguaggio collettivo.
Nel 1982, si trova nel momento esatto in cui Factory Records e New Order stanno aprendo l’Haçienda: un club destinato a diventare molto più di una discoteca, quasi un laboratorio sociale dove suono, grafica, moda, ecstasy, architettura e desiderio di cambiamento si mescolano fino a creare una nuova mitologia urbana. Li crea la sua serata Nude, lanciata nel 1986, viene ricordata come una delle prime nel Regno Unito a prendere davvero sul serio la house americana. Poi arriva Hot, nel 1988, insieme a Jon Dasilva: una notte ispirata a Ibiza che contribuì a dare all’acid house britannica una casa nel Nord dell’Inghilterra. In questo senso, Manchester Must Dance non è un libro nostalgico sulla “Madchester era”, ma il racconto di come certe scene nascono davvero: attraverso persone che rischiano, selezionano dischi, aprono stanze, fanno entrare suoni nuovi e cambiano il gusto di una generazione. Poi forma gli M People, con Heather Small e Paul Heard: un gruppo capace di vendere milioni di dischi, vincere il Mercury Prize e portare la sensibilità club dentro una dimensione pienamente pop. Factory International ricorda che gli M People arrivarono a vendere 14 milioni di album, oltre a vincere due Brit Awards e il Mercury Prize.
La presenza di Paul Morley come coautore aggiunge un peso particolare. Morley non è un semplice ghostwriter: è uno dei grandi narratori della musica britannica, legato alla stagione del post-punk, al giornalismo musicale del NME e all’immaginario Factory. Il suo sguardo permette al libro di non diventare soltanto una sequenza di aneddoti, ma una riflessione più ampia su cosa significhi stare dentro la musica mentre la musica cambia il mondo intorno. Per chi ama la cultura club, il libro promette molto più di una biografia: è una storia di Manchester come città sonora. Compralo QUI
