15 ANNI PER “DONUTS” DI J DILLA

Cos’è la musica per chi fa musica anche quando si è costretti lontano dai palchi o dagli studi di registrazione ? Le motivazioni a quella lontananza possono essere molteplici, una la stiamo vivendo oggi con la pandemia, ma tutte porteranno alla stessa risposta: per chi di musica vive stare lontano dagli strumenti è sofferenza. Tra chi avrebbe avuto una sensibilità particolare nel rispondere a questa domanda ci sarebbe stato sicuramente J Dilla che dal letto di un ospedale ha mixato un intero album. Purtroppo James Dewitt Yancey non ci può rispondere, ma “Donuts” a distanza di  15 anni lo fa per lui.

7 Febbraio 2006, J Dilla nel giorno del suo trentaduesimo compleanno era già molto provato dalla malattia, tra questa data che coincide con la release e quella della morte passeranno solo tre giorni, alle 31 tracce come gli anni che aveva durante la fase di produzione il compito di lasciare un testamento musicale. Lontano da Clinton Street e dal suo studio James si attrezza con un un campionatore Boss SP-303 e un piccolo lettore vinile da 45 giri, campiona tanto dai dischi che ha amato e indica la via per un intera generazione a venire nel mondo dell’hip hop, proprio nel bel mezzo della golden age del genere. Con Madlib si perfezionano a vicenda in tutta la loro classe, i due si confrontano continuamente sotto lo stesso tetto della Stones Throw Records, Questlove dei The Roots altra figura con cui si confronta spesso all’Electric Lady Studio di L.A.

«Eravamo tutti lì, e non eravamo dei ragazzini, eppur non riuscivamo a staccargli occhi e orecchie di dosso».

poi Erykah Badu, Talib Kweli, Common, Mos Def, De La Soul, D’Angelo, Pharcyde, QTip, Pete Rock che si può considerare fonte d’ispirazione iniziale.

In poco più di dieci anni il ragazzo cresciuto a Detroit tra i dischi della Motown con una mamma cantante d’opera e un padre bassista jazz, tocca tutti i nomi importanti della scena fino a sconfinare in collaborazioni con Janet Jackson o Jamiroquai, si concede un album d’esordio solista solo nel 2001 con “Welcome 2 Detroit” e questo è il suo secondo, ma non chiamatelo tragico, album. Nonostante la situazione lo rende cosciente del suo destino c’è freschezza e speranza, quelle sonorità saranno il marchio di fabbrica per realtà come Stones Throw, ma soprattutto un condensato di black music epocale: sample di Shuggie Otis, James Brown, Stevie Wonder, Smokey Robinson, Malcom McLaren, Jackson Five e altri ancora.  Donuts mette in risalto una cosa su tutte: J Dilla possedeva una conoscenza superiore del soul e delle origini. Alla fine la modalità di produzione aprì la strada a tanti giovani produttori di beat tapes, skits così brevi che facevano tremare la EMI già scottata da “Champion Sound” in combutta con Madlib, questa volta trovano il loro posto come vera nuova forma d’arte nella storia della musica.

 

 

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