DANIEL ARSHAM: IL PRESENTE E’ GIA’ PASSATO

3018, Pierrot Gallery, NY, 2018

Il nostro viaggio continua dopo un breve scalo alla scoperta di come si può interpretare l’arte contemporanea (grazie Giorgia per il tuo prezioso contributo).

Oggi, invece, vieni che ti faccio volare sopra l’arte di Daniel Arsham, un artista del quale avrei voluto parlarti da un po’: americano dalla nascita, lavora a NY, papà, ha già esposto in grandi vetrine internazionali come PS1 in New York, The Museum of Contemporary Art in Miami, The Athens Bienniale in Athens, Greece, The New Museum In New York, California and Carré d’Art de Nîmes, MOCO e moltissimi altri.

Daniel Arsham

È decisamente un artista eclettico con una straordinaria capacità di riuscire a dissolvere i confini tra architettura, arte e scultura. Un’arte a tutto tondo che dà forma alle idee con materiali assolutamente non convenzionali, giocando e scoprendo materiali sempre più particolari ed innovativi, dal cristallo alla cenere vulcanica… geniale! Ma poi il suo studio? Parliamone. Sembra di essere su una navicella proiettata nell’anno 3000 (ci arriveremo mai?).

Daniel Arsham’s studio

Adoro le sue opere perché rappresentano oggetti quotidiani che tutti noi conosciamo, rivisitati e rimaneggiati in modo tale che lo spettatore li riconosca ma, al tempo stesso, ne rimanga spiazzato. Ogni sua opera è decontestualizza e ogni suo elemento viene inserito in uno spazio atemporale (e quando dico “ogni elemento” intendo proprio tutti, dai palloni da basket fino alle automobili). La sua arte sembra fossilizzata in un presente continuo: il passato è decisamente troppo soggettivo e il futuro troppo misterioso. C’è un tempo, sì, ma è distorto ed in continuo divenire. Sostanzialmente Arsham ci mostra una grande metafora della nostra vita, del nostro modo di approcciare un reale sempre più virtualizzato e artificiale.

“Moving _Architecture”, VDNKh, Moscow, 2017

L’artista vuole che tutti possano accedere alla sua arte, anche tu! Per far questo Daniel cerca di farti  riflettere su te stesso e sulla realtà che ogni giorno ti circonda: una realtà forse troppo contingente e controllata. Come puoi notare, infatti, le sue opere sono incomplete e frammentarie come se fossero erose da un tempo indefinito e lontane dall’essere realmente completate.

“Boombox % Rose Quarz”, 2016

Daniel Arsham

Gli oggetti iconici, spesso simbolo di una globalizzazione sempre più lampante e di un’epoca al limite del reale, vengono smaterializzati e presentati come se fossero dei veri e propri reperti archeologici, pietrificati e spogliati di ogni loro connotato fisico. Un esempio? Pensa ai palloni da basket, proprio quelli con cui da piccolo cercavi disperatamente di fare un maledettissimo canestro (che poi io non ci sono mai riuscita). Lo stai immaginando? Ok, ora trasforma quell’immagine e portala in una dimensione fatiscente, dove il color grigio-opaco domina ogni visione, e metti a repentaglio tutte le tue certezze. Prova a guardare con occhi diversi, osserva,  e diventa un elemento attivo di questo mondo. Solo così potrai avvicinarti  alle meraviglie che si celano dietro (e dentro) a quello che tu vedi come un semplice pallone: perchè di semplice l’arte di Daniel non ha proprio niente. Il suo lavoro è meticoloso e lui molto attento ad ogni minimo dettaglio, nulla lasciato al caso. Le sue opere vengono realizzate con un approccio quasi scientifico e per certi versi ingegneristico, infatti ad ogni sua opera viene incluso un foglio per le istruzioni d’uso. Incredibile non credi?

“Pink Sand Circus”- Edition of 500 pieces

Tra l’altro, questo discorso degli oggetti quotidiani, in realtà è un fenomeno che trovo interessante e che vorrei condividere con te…

Sembra che ultimamente gli oggetti di uso comune siano diventati un tema scottante per artisti e designers. Ad esempio, le sneakers, che usiamo ogni giorno, stanno diventanto portavoce della street culture. Un fenomeno visibile dalla recente esposizione del Brooklyn Museum intitolata “The rise of sneakers culture”. Indovina un pò cosa hanno esposto? Beh sì, proprio quello che stai pensando… sono i primi ad aver creato una mostra che ricostruisca l’evoluzione delle scarpe più in voga degli ultimi anni: Nike, Puma, Adidas, Reebok sono i grandi protagonisti e i grandi brand che hanno collaborato con artisti che possiamo definire “star”, Damien Hirst ne è un esempio. Una vera e propria “sneaker-art” dove sono sempre di più gli artisti che collaborano con i grandi brand per realizzare oggetti che tutti noi possiamo avere e sfoggiare. Daniel Arsham è uno di questi! La sua edizione super limitata di “Adidas New York” è andata a ruba, beh erano anche una figata, lo ammetto! Soprattutto per la scritta “THE PAST IS PRESENT” sul lato, visibile soltanto ai raggi ultravioletti. Davvero imperdibili per i grandi collezionisti e per i suoi fan (ogni volta che Daniel pubblica un’opera sul suo sito, in pochi secondi è SOLD OUT). Inoltre il nostro artista è molto brendizzato tanto da aver creato un proprio logo come puoi vedere nell’immagine sotto. Maglie, camice, valigie, scarpe tappezzate dalla sua identità.

Daniel Arsham x Adidas

Uniform by Daniel Arsham

Le collaborazioni Arsham-Adidas sono ben tre e se sei un appassionato ti consiglio di andare subito a vedere la prossima uscita! Le sneakers sono diventate un’icona urbana, un’ ossessione globale che ha un significato ben più grande della semplice scarpa.

Finisco oggi con delle domande che mi pongo spesso alle quali cercherò a breve di darmi una risposta… Arte o moda? Un’opera può essere indossata? C’è una relazione tra le due? Tu cosa ne pensi? Se tu hai già una risposta, scrivimelo!

Francesca Rossi,

@OTTNProjects

#BrilloBlog

P.s. Siamo super eccitate per domenica! La nostra prima #Prevista sarà aperta al pubblico e se non sai cosa fare io ti consiglio di fare un giro tra le vie di Parma e venire a scoprire cosa abbiamo organizzato. Segui quello che combiniamo sui nostri canali social e sul nostro sito live da poco! Non l’hai visto? Clicca qui! 👇🏻

https://www.ottnprojects.com

“Connecting Time”, Moco Museum, Amsterdam, 2019

“Crystal Ball Cavern”, 2016

 

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