SNOBBATE LE SERIE, GUARDATE I FILMACCI! 5 VISIONI CONTAGIOSE


Night Movie arriva puntuale quando la sfiga esonda. Nei momenti più orrorifici, psichicamente provanti, che cullano una sfera pratica di reclusione forzata, ecco cinque consigli cinematografici in totale simbiosi con questo stato.

“Ma come faccio ad andare a comprare un dvd o una videocassetta dei tuoi film marci?” mi direste voi. “Sono tutti in streaming su Prime Video!” vi risponderei io. Proprio quel Prime che ha aperto le porte a noi confinati (il Log In è gratuito fino al 31 marzo) e che sta allargando il suo catalogo a dismisura, tanto da non farmi mancare per nulla Netflix, che continuo a non possedere beatamente. Cinque consigli dicevo non per “sdrammatizzare” (verbo già svuotato di significante su tutti i fucking social networkz) ma per reinterpretare questo momento assurdo della nostra storia, e per passarsi il tempo, tutto qua. Fatevi sotto!

I PREDATORI DELLA VENA D’ORO (Mother Lode, Charlton Heston, 1982)

Dove ci ha portato l’occidente con la sua fame d’oro? Lo stiamo vedendo tutti: borse che crollano, spread che schizzano, “comunità” che se ne fregano, per poi cercare di salvare la faccia. Ora come non mai è interessante ripescare un filone che parla di filoni: filoni d’oro. Già nei primi anni ottanta, con un neonato e vorace neoliberismo, molti registi, sceneggiatori, scrittori si sono cimentati nella rilettura di un fenomeno che già porgeva il fianco al sospetto dei più sensibili. In questa bizzarra pellicola, che si presenta come un mix tra “Un tranquillo weekend di Paura”, “Psyco” ma anche un po’ “Riusciranno i nostri Eroi…” di Scola (almeno per il plot iniziale) una coppia di giovani avventurieri si reca in Colombia alla ricerca di un collega perduto. Il loro aereo si schianta e loro, sopravvissuti, si ritrovano in balia di un vecchio minatore scozzese impazzito che ha vissuto in isolamento per molti decenni alla ricerca nelle grotte di una vena d’oro, la più grande del mondo: egli è pronto a fare qualsiasi cosa, incluso l’omicidio, per conservare il suo oro per sé. Troverete un Charlton Heston oserei dire “sperimentale” e molto oscuro sia come attore che come regista, un Jean Dupré in formissima e una Kim Basinger da togliere il fiato: io clickerei all’istante fossi in voi.

Sempre sul filone “aureo” consiglio in abbinamento il film “Eureka” (Nicolas Roeg, 1983) con Gene Hackman e Mickey Rourke: visionario, a tratti grottesco, da vedere in lingua originale!


I GUERRIERI DELLA PALUDE SILENZIOSA (Southern Comfort, Walter Hill, 1981)

Mentre oggi vengono confezionati meme per attirare attenzione su un post o su una pagina di facebook, negli anni ottanta la distribuzione italiana di film soleva ficcare la parola “Predatori” o “Guerrieri” in qualsiasi traduzione alla ricerca di un traino per il titolo promosso. Molto più ambiguo, ironico ed accattivante a mio giudizio, il titolo originale di questo film di Walter Hill  scritto da Michael Kane “Southern Confort”, che è sia il nome di un liquore, sia l’esatta nemesi di quello che il film racconta: una squadra di nove soldati della Guardia Nazionale dell’Esercito della Louisiana si riunisce in un bayou locale per le manovre del fine settimana. I nove soldati partono di pattuglia e presto si perdono nella palude imbattendosi in un campeggio apparentemente abbandonato con diverse piroghe di cui necessitano per attraversare il fiume e giungere a destinazione: qualche pallottola a salve sparata per scherzo verso i proprietari delle imbarcazioni sarà fatale per innescare una caccia all’uomo sanguinaria. Volendo collegare la nostra perversa quotidianità mi si dipinge in faccia un ghigno pensando all’accoglienza mediatica che ha avuto il presunto sbarco dei soldati americani in Europa ai tempi del Covid-19, sbarco ora misteriosamente “cancellato”.

Complottismi a parte, una delle particolarità di questo film è la colonna sonora: scritta appositamente da Ry Cooder in persona, che tra uno “slide” sulle corde e un altro riesce a fare quello che l’OST di “Drive” fa coi sintetizzatori digitali: asciutta, minimale e mirata centra il bersaglio (spesso umano) e crea un’incredibile didascalia. Nel complesso un interessantissimo progetto cinematografico, crudo e teatrale.


VIRUS – L’INFERNO DEI MORTI VIVENTI (Hell of the living Dead, Vincent Dawn AKA Bruno Mattei, 1981)

Se volete buttarla in vacca con ironia e bidoni di sangue qui cascate bene. Parlando di generi, se il western tentava di rileggere la società pre e post sessantottina, lo zombie movie sbatteva in faccia, più o meno consciamente, le falle del capitalismo galoppante: accade anche in questo film di Bruno Mattei, dove in uno stabilimento in Nuova Guinea si decide la soluzione del problema della fame nel mondo (?!) sperimentando nuovi gas tossici con lo scopo di mutare i popoli africani in cannibali e indurli a divorarsi tra loro. Prima che il progetto sia finito la cosa sfugge ovviamente di mano e un’avaria provoca la fuoriuscita del gas tossico. Contagio, cannibalismo, zombie, e “civiltà” occidentale in panne, insomma ci sono tutti gli elementi per immedesimarsi ben bene e rivangare quell’estetica torbida tipica dei capisaldi dello Spaghetti Horror. Definito il capolavoro di Mattei, cosa che non mi trova proprio d’accordo, “Virus” cova la sua negatività estetica da b-movie mortifero nello sviluppo dell’improbabile storia, e, nel finale, rivela una delle scene più splatter del cinema italiano, conficcata nell’immaginario di tutti gli amanti del genere wordlwide.

Ah, le musiche sono dei Goblin e Luis Bacalov.


UN QUARTIERE DA SCHIANTO (Ma 6-T va crack-er,  Jean-François Richet , 1997)

Dalle tensioni militari a quelle sociali, ecco un altro esperimento interessante: girato con un piglio da docufilm “Un quartiere da schianto” riprende ciò che “L’Odio” (La Haine, Mathieu Kassovitz, 1995) aveva saputo raccontare con tanto impeto stradaiolo giusto un paio di anni prima. Diciamolo pure, due scene in particolare sono praticamente speculari, seppur inspirate a fatti reali, ma non è su queste similitudini tra i due lungometraggi che vi inviterei a soffermarvi: innanzitutto è bellissimo immergersi ancora in questo mood da mid 90’s dove la strada, gli amici, la ribellione la fanno da padrone (chi come me ha vissuto appieno quel periodo, ritroverà tutta la passione e le atmosfere da b-boy scalcinato che vive alla giornata in mezzo a musica e ghenghe assortite), i dialoghi volteggiano dalla necessità di svoltare la giornata smazzando un po’ di droga o vendicandosi della gang rivale, a riflessioni sulla società e sui suoi meccanismi, prese di coscienza e attacchi al potere. Fattore affascinante, almeno per il sottoscritto, è il divario tra scena gangsta rap americana ed europea: la prima figlia del capitalismo più schietto dove l’unica rivalsa è “fare soldi”, la seconda più socio-politica, a tratti filosofica (bei tempi per l’Europa, aggiungerei!). Le scene di rivolta nel banlieu sono molto realistiche, come i pestaggi, gli inseguimenti e le situazioni che vedono Arko, Malik e Mustapha bighellonare tra risse e rap, in una totale e disincantata consapevolezza della loro condizione sociale. Il tutto fa riflettere anche oggi, soprattutto sulla divisione delle genti di ogni speme.

Il regista Jean Francois-Richet è conosciuto anche per aver girato il remake di “Distretto 13” nel 2005, le musiche sono a cura di White & Spirit e regalano emozioni, da KRS ONE ai localz IAM.


L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO POCO (The Man who knew too Little, Jon Amiel, 1997)

Non so voi ma io con questa commedia con Bill Murray non l’avevo mai vista (mea culpa grande una casa!) e se avete avuto la scorza per ingollarvi i quattro film precedenti è impossibile non alleggerire un po’ la tensione con questo piccolo gioiello fatto di costanti misunderstanding. Il nostro Bill (Wallace Ritchie nel film) è un commesso in visita a Londra al fratello James, interpretato da Peter Gallagher, che deve gestire sia il cameo fraterno che un importante meeting di lavoro; per intrattenerlo James ingaggia un’inconsueta agenzia che organizza false esperienze di spionaggio. Wallace si troverà suo malgrado in un reale caso di spionaggio internazionale credendo per tutto il tempo di essere vittima di uno scherzo. Vi avverto, il doppiaggio italiano è quantomeno tremendo mentre la versione originale sottotitolata è davvero esilarante, se non avete mai visto questo film recuperatelo assolutamente.

E quando dico “snobbate le serie e guardate i filmacci” ( -acci in senso di vecchi, sconosciuti, magari proprio belli in quanto proprio brutti) non voglio provocare gratuitamente, ma lo consiglio perché le serie moderne, anche se ambientate nel passato, sono sì create con una cura storica e una dovizia di “esattezze” da far rabbrividire, ma sono pervase da una psicologia contemporanea che nell’epoca in cui sono spesso ambientate semplicemente non esisteva: il senno del poi, se senno vogliamo definirlo, è del “poi”, cioè di oggi, non di allora. Invece i film scritti e girati in epoche passate raccontano paradossalmente ciò che siamo oggi, e non lo fanno con la tracotanza di nozionismi che non si poteva avere all’epoca, ma ci bisbigliano all’orecchio la nostra crescita sociale, economica, politica e di costumi, ed io li trovo infinitamente più interessanti: per capire cosa siamo oggi dobbiamo guardarci e riguardarci nei film del passato.

Dall’antro del mio studio di cinemaniaco è tutto, vi auguro la miglior permanenza psico-emotiva che questa assurda situazione possa regalarvi.


 

Be first to comment