“HAPPY HOUR”, THE HOUSEMARTINS, 1986

45happy

Kingston upon Hull (più nota come Hull), grigia e piuttosto deprimente città del Nord-Ovest dell’Inghilterra, giunse alla ribalta della scena pop nell’autunno del 1986 per via di quattro giovani musicisti locali che, nel loro album d’esordio London 0 Hull 4, ne tesserono ironicamente le lodi senza però tralasciare un certo campanilismo in contrapposizione alla capitale Londra. Paul Heaton, Stan Cullimore, Hugh Whitaker e un poco più che ventenne Norman Cook, futuro re dei dancefloor con lo pseudonimo di Fatboy Slim, conquistarono l’Inghilterra con un’allegra e frizzante miscela di pop, gospel e beat. Gli Housemartins non poterono trovare un momento più propizio per il loro esordio sotto l’etichetta indipendente Go!Discs nell’ottobre del 1986: lo storico movimento punk stava ormai scomparendo e anche il synthpop non se la passava poi così bene, con l’eccezione di alcune band senza tempo come i Duran Duran e i Depeche Mode. Tornarono prepotentemente in voga le sonorità degli anni ’60 e a dominare le classifiche c’erano gli Smiths. Alla fine si stava tornando, ovviamente in modo più aggiornato ai gusti degli anni ottanta, ai cari e vecchi Beatles; se gli Smiths ricordavano i “Fab Four” più seri e introspettivi, gli Housemartins erano invece quelli più energici e spensierati dei primi album. Tuttavia, in contrasto con il loro sound allegro e melodico, i testi delle canzoni sono spesso caustici e dotati di una forte vena critica verso le ingiustizie della società inglese. Tali ingiustizie vengono denunciate anche attraverso la loro apparente bizzarra visione politica e spirituale: in Italia li avremmo probabilmente definiti “cattocomunisti”, non certo un complimento, ma le influenze marxiste e cristiane che possiamo trovare nei loro testi sono assolutamente positive e sfociano perlopiù in ideali di solidarietà e giustizia sociale. Il titolo del disco si riferisce ironicamente ai pessimi risultati delle squadre calcistiche londinesi, mortificate sportivamente dalle piccole compagini provinciali, come appunto l’Hull City, squadra della città natale del gruppo. Altro probabile riferimento del titolo riguarda un’audace affermazione del cantante Paul Heaton, secondo cui la loro band era tra le quattro migliori di Hull, mentre nessuna proveniva in quel momento dalla spocchiosa Londra. Il disco può essere considerato uno degli esordi più stupefacenti di sempre: 12 tracce, 12 potenziali hit da primo posto in classifica. Una di queste infatti, la scatenata Happy Hour, raggiunse il terzo posto nella classifica britannica trainata anche dal video che alterna riprese dei membri della band mentre si sollazzano in un tipico pub del dopolavoro a scene animate con la “claymation”, la tecnica cinematografica della plastilina animata che pochi anni dopo renderà celebre la serie di “Wallace e Gromit”. Il testo della canzone è una critica alla cultura del lavoro aziendale, dalla quale i lavoratori cercano di evadere recandosi al pub a fine giornata per stordirsi con fiumi di birra e dimenticare la monotonia delle loro vite. Dal punto di vista strumentale, nonostante sia di semplice ascolto, il brano mette in evidenza le eccellenti qualità dei singoli membri: la voce delicata e fanciullesca del cantante Paul Heaton, la chitarra equilibrata di Stan Cullimore e gli affondi del bassista Norman Cook e del batterista Hugh Withaker. Il successo di Happy Hour venne tuttavia superato qualche mese dopo dal singolo Caravan Of Love, una cover in stile doo wop di un pezzo degli Isley Brothers, che raggiunse addirittura il primo posto in classifica. Agli Housemartins, nonostante la brevissima carriera (si sciolsero infatti nel 1988 dopo soli due album), si deve riconoscere anche un altro grande merito: l’aver anticipato sia dal punto di vista della musica che dei testi, alcune caratteristiche del glorioso movimento britpop degli anni ’90 di gruppi come Blur, Oasis, Suede, Pulp e The Verve.

Lorenzo Del Canale

Don’t cry. Don’t raise your eye. It’s only teenage wasteland.

Be first to comment