DIGGIN – WALLY BADAROU “ECHOES”

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Balearic…tropical, downtempo. Tutti termini che ciclicamente ritornano di moda nel genere dance quando si è alle porte dell’estate. Eccovi servito dunque il santo graal di tutte queste etichettature, l’album originatore, a mio modesto parere, del filone musicale che allieta, grazie ad illuminati DJs, le spiagge di tutto il mondo. “Echoes” di Wally Badarou è uno dei migliori album di sempre, in cui non c’è un solo pezzo da scartare, uno dei dischi più sottovalutati degli ultimi 35 anni, solo con brani strumentali e principalmente eseguiti con sintetizzatori e drum machines.

Due cenni sul genio autore: Wally Badarou è un tastierista francese che si è prodigato nell’arte della produzione, quanto in quella del musicista. Ha suonato con i Level 42, Power Station, Myriam Makeba, Joe Cocker, Mick Jagger, Herbie Hancock e Talking Heads, ed ha prodotto artisti come Grace Jones, Marian Faithfull, Salif Keita, e Fela Kuti . “Echoes” è il suo terzo album solista, registrato e mixato nello studio che è ormai diventato un mito, sia per le eccelse produzioni, che per l’aura magica di cui sarà sempre ammantato: sto riferendomi al Compass Studio di Nassau, nelle Bahamas. Studio voluto fortemente dal patron della Island Records, con all’interno un dream team di musicisti produttori che ha sfornato dischi fondamentali. Bene…”Echoes” è anch’esso un’album fondamentale perché è una magia di prodotto, con brani campionati, copiati, suonati e utilizzati dalla cream della cream di tutta la scena dance attuale.

Basti pensare a quel drum sample rubato dai Massive Attack al brano “Mambo”, o “Voices” utilizzato da Todd Terje per l’apertura del suo leggendario Essential Mix di BBC1, oppure “Endless Race”, il cavallo di battaglia di Daniele Baldelli per tutti i suoi set Cosmic…per non citare quella gemma di “Chief Inspector” che scalò le classifiche inglesi nel 1985. Ecco, la magia di questo disco è che racchiude tecnologia, tropicalismi e gusto per la melodia senza cadere mai nello scontato.

I brani suonano futuristici, quanto rassicuranti e tradizionali, sono cinematici ma allo stesso modo rimandano all’Africa cibernetica, suonano pop ma anche meditativi. “Echoes” fu il prodromo di un genere molto in voga nella seconda metà degli ottanta, la New Age, quello che poi aprì le porte al genere Ambient e che oggigiorno serve come riferimento per chi si diletta di dance music a beat lento.

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