DIGGIN – THE ENSEMBLE AL-SALAAM “THE SOJOURNER” (STRATA EAST 1974)

Un album leggendario, sulla etichetta Strata East, un must per I collezionisti, amanti del Jazz spirituale primi anni 70. La label in questione venne fondata dal trombettista Charles Tolliver ed il pianista Stanley Cowell, principalmente per l’urgenza creativa di realizzare i loro progetti in trio e quartetto, con più o meno ospiti…ma la scena vicino ai nostri due si stava allargando, e quindi salirono a bordo diversi esponenti della scena jazzistica del periodo. Dai nomi più noti come Gill Scott Heron, Max Roach e Pharoah Sanders a talenti emergenti come Weldon Irvine, Shamek Farrah ed il collettivo The Ensemble Al Salaam. La filosofia della Strata East era di ibridazione totale, ed in linea con il periodo storico in cui la sperimentazione fungeva da verbo assoluto. Con le radici nel campo della musica jazz, il suono si arricchiva di funk, gospel, free, afro e soul, creando un catalogo di perle assolute. Ormai le tirature degli album originali hanno prezzi folli, ma per fortuna, in questo periodo di riscoperta jazz, ed in particolare del jazz spirituale, le ristampe stanno spuntando qui e la grazie soprattutto alla lungimiranza dei giapponesi.

L’album in questione, The Sojourner, è appena stato ristampato dalla P-Vine Japan, probabilmente per compiacere persone come il sottoscritto, che non se la sente di sborsare 300 o 400 euro per avere la copia originale. The Ensemble Al Salaam sembra quasi una setta, un gruppo religioso, o semplicemente una comune di frichettoni dediti al jazz, che decidono di fare il proprio album, aiutati dagli altrettanto alternativi Tolliver e Cowell. Accolti a braccia aperte negli studi Strata East, l’ensemble di musicisti ci propone un incandescente miscela di sassofoni, tastiere, chitarre e voci che percorrono strade veramente profonde, dense di spirito libero, come di protesta, di gospel, di funk e soul, il crogiolo ideale per generare un classico senza tempo. Beatrice Parker è la cantante, con uno stile molto caldo e spirituale, non troppo lontana dalla sua contemporanea Dee Dee Bridgewater. Gli altri membri sono Khaliq Abdul Al Rouf ai sax, Bevin Turnbull alle tastiere, Mashujaa Aliye Salamu alla chitarra, Leroy Seals al basso e Fred Kwaku Crawley che si esprime su una serie di strumenti a percussione infinita. Pervade su tutti i brani un sottofondo di funkiness, ma la maggior parte di essi rapisce in un vortice di sensazioni, dalle più sognanti incluse in ‘Ecstasy’, alle più libere del brano d’apertura ‘Music Is Nothing But A Prayer’, fino a quelle muscolari sprigionate dalla traccia che intitola l’album. Una menzione particolare a ‘Circles’, un magnifico funk con venature jazz: la linea melodica sottolineata da Beatrice Parker, che evolve in una sorta di variazione progressive, per poi riportare il funk al suo posto. Un dovuto omaggio a John Coltrane, nel brano ‘Traces Of Trane’ dove svetta un improvvisazione di ottavino sugli accordi di quarta alla Tyner curati da Bevin Turnbull, macinando il tutto ad una velocità incredibile, ben sorretta dal basso e dalla batteria. Il lato B inizia con un breve brano, direi, ‘classico’, per poi infrangere l’ascoltatore in un turbine di ritmo e improvvisazione nella seguente traccia. ‘Peace’, la suite di chiusura, è una goduria, sia per la bellezza del tema, che per i richiami infiniti che diffonde…dalla perfetta propensione all’essere campionato, alle melodie mistiche care a Pharoah Sanders, fino alle atmosfere emotive di Fender Rhodes in stile Lonnie Liston Smith. Una cavalcata di otto minuti, che quasi oscura il precedente ‘Malika’, altro concentrato di bellezza. Insomma, un’altro fantastico album, per chi ha scoperto tramite Kamasi Washington, che il jazz possa essere, e fu, venato di spiritualità.

 

 

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