BONETTI: “QUI”, L’ALBUM PIU’ BELLO.

Esattamente dopo due anni torniamo ad intervistare Bonetti, ed è sempre un piacere fidatevi, le nostre sono solo 5 domande ma quando c’è lui vorresti moltiplicarle… e ad essere del tutto sinceri è una cosa che non capita spesso. Era  Novembre del 2018, nella precedente chiacchierata si parlava di “Dopo La Guerra”, di BPM Concerti e del futuro tour, oggi la nostra intervista riparte proprio da li, da quello che manca più di tutto in questo momento a noi del pubblico come agli artisti: i concerti. Abbiamo parlato anche di luoghi, di fotografia, di libri e di perfezione raggiunta, almeno a nostro parere, con l’album “QUI” fuori da pochi giorni per Bravo Dischi e Labellascheggia.


Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare qualche pezzo dell’album dal vivo questa estate in una versione acustica e una situazione intima. Quanto ti manca suonare dal vivo e qual è stato il tuo rapporto con il palco in questi anni?
Mi manca un sacco, negli anni ho avuto la fortuna di fare molti concerti. Poi adesso che avrei un disco nuovo da portare in giro sarebbe tutto ancora più bello, ma purtroppo la situazione di oggi la conosciamo. Il rapporto con il palco è sempre stato ottimo; continuo a pensare che sia il modo migliore per capire davvero il valore delle canzoni e se queste piacciono o no. Mi mancano un sacco le facce del pubblico.

 

Come cover hai scelto una foto di Luigi Ghirri. C’è una passione particolare nei confronti del lavoro del maestro? Anche nella fotografia di Ghirri come nei tuoi album il concetto di luogo gioca un ruolo importante.
Sì, ho scoperto i suoi lavori quand’ero ragazzo e da allora è stato un riferimento per me. Inoltre sono particolarmente legato alla sua terra e guardare una sua foto mi ha sempre portato in un mondo altro rispetto a quello del mio quotidiano. Sicuramente il concetto di luogo è importantissimo per tutti e due, ma sinceramente mi mette un po’ in imbarazzo parlare del mio lavoro in rapporto al suo. Per me avere una sua foto come copertina di un mio disco è stato un sogno che mai avrei immaginato di realizzare, ma che grazie all’umanità e alla passione di Adele Ghirri, dell’Archivio Luigi Ghirri e di Domenico De Monte di Labellascheggia si è potuto concretizzare.

 

Camper, Dopo La guerra e QUI in 5 anni. Qual è stato il più immediato, più spontaneo? Il primo l’hai scritto quando vivevi nella provincia piemontese, il secondo a Torino e QUI a Milano. Quanto è cambiata la vita e la musica di Bonetti in questi anni (credi avere raggiunto la perfezione con QUI?) e quanto è importante il luogo in cui sei e scrivi per la tua musica?
Credo che in qualche modo siano tre dischi legati tra loro, anche se parecchio diversi l’uno dall’altro. Sinceramente a livello di immediatezza e spontaneità li metterei sullo stesso piano. Ovviamente mi riferisco alle bozze, alla prima stesura, poi sarei bugiardo se non ammettessi che QUI, rispetto agli altri, ha richiesto un lavoro di produzione e post-produzione molto più lungo e certosino. Io però cerco sempre di scrivere spinto da un qualche motivo e se non ne ho uno, se mi manca la scintilla iniziale, preferisco non scrivere, tanto non sarei capace di combinare nulla di autentico. Per questo motivo dico che a livello di spontaneità li metto sullo stesso piano. In questi anni la mia musica è cambiata in parallelo alla mia vita: anzi, si è presa sempre più spazio e mi ha permesso di provare a sviluppare al massimo le mie potenzialità. Non so se QUI è la perfezione (ti ringrazio anche solo per averlo pensato!), ma di sicuro è il massimo che potevo fare. Purtroppo – ma questo è un discorso che va al di là della situazione legata alla pandemia in corso – campare di musica (che continua a essere l’unico modo – o quasi – per potersi concentrare al
massimo sul lavoro di scrittura e produzione) in Italia è molto complicato. Se QUI è così, è perché per la prima volta in vita mia ho potuto scrivere e registrare un album quasi senza pensare ad altro. Non voglio essere pessimista, ma non credo che questa condizione ideale si riverificherà. Per cui mi tengo stretto QUI. Per rispondere all’ultima parte della tua domanda, non posso che ammettere che il luogo è tutto, è sempre un personaggio non protagonista che fa da ponte tra me e quello che scrivo.

 

Risaie chiude l’album, ci piace particolarmente il pezzo, insieme a Camionisti che invece lo apre, in totale 7 capitoli che sono veramente un viaggio/racconto da ascoltare tutto d’un fiato. Come ti sei approcciato alla stesura dell’album?
​Sono contento che tu mi dica che sono sette capitoli da ascoltare tutto d’un fiato, perché io, quelle canzoni, le ho immaginate proprio così. Diciamo che idealmente, per quel che riguarda la struttura, ho pensato a certi dischi prog degli anni Settanta. Tutte le canzoni fanno parte dello stesso discorso e sono legate tra loro da corsi e ricorsi, sia dal punto di vista del testo, che da quello della musica e degli arrangiamenti. Fin da subito, dopo aver scritto Camionisti, ho deciso che quella sarebbe stata la forma da dare ai brani che man mano sarebbero venuti fuori.

 

Quanto i libri sono importanti e parte della tua vita? Invece di sganciare la play musicale ne approfittiamo per chiederti tre letture che ti hanno anche aiutato o ispirato nel tuo percorso musicale.
Grazie per la domanda, mi piace sempre molto parlare di letture! Ho avuto la fortuna di lavorare in libreria per tredici anni, per gran parte della mia vita i libri, al pari della musica, sono stati tutto! Visto che mi hai chiesto tre titoli, te ne do uno per album.
Per quel che riguarda CAMPER la mia influenza principale è stata “Boccalone: storia vera piena di bugie” di Enrico Palandri.
Sicuramente per DOPO LA GUERRA tutte le opere di Beppe Fenoglio che in quel periodo ho riletto ripetutamente. Un libro che ha avuto un suo peso nella scrittura di QUI, soprattutto nella sua fase iniziale, è stato “Nonluoghi” di Marc Augé.

 

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