IRENE ADORNI E LE RELAZIONI INVISIBILI – INTERVISTA

“Otto minuti e trentadue”, 2015

C’è aria di novità oggi, non trovi? Io sento che è il momento di scoprire qualcosa di profondo e autentico, ed è per questo che voglio condividere con te un momento speciale.

 

Ti ricordi la nostra prima #BrilloInterview? Quel flusso di pensieri così intimi e totalizzanti che ci hanno portato alla scoperta di cosa provi un giovane artista? 

Ecco, volevo parlarti di un’altra artista, una particolare che un giorno a Londra mi ha riempito il cuore di parole, lasciando il segno. Lei è Irene Adorni, una ragazza che ha deciso di fare dell’arte la sua vita, che ha deciso di donare se stessa in ogni suo gesto, in ogni sua espressione, e in ogni suo pensiero.

Oggi voglio condividere con te quello che mi ha raccontato, in un giorno di pioggia (ovvio, a Londra!), passeggiando tra la Delfina Foundation e la Saatchi Gallery (due luoghi che, se vai a Londra, ti consiglio assolutamente di visitare)…

Iniziamo!


Irene, qual’è stato il tuo percorso formativo? Come hai intrapreso la carriera artistica?

Dopo le superiori mi sono iscritta alla facoltà di lettere classiche a Bologna, perché la mia passione era, ma lo è tutt’ora, l’archeologia greca. Dopo il primo anno mi sono resa conto che il corso era troppo improntato sulla filologia piuttosto che sull’archeologia, quindi ho cambiato rotta e mi sono iscritta a lettere moderne. Sono sempre stata una grandissima appassionata di letteratura però fino a quel momento non avevo le idee ben chiare sul mio futuro, non sapevo quale fosse il percorso che volevo effettivamente intraprendere. Però era evidente che passavo molto tempo da sola, alla ricerca di quello che mi piaceva fare, dipingevo ed i testi che studiavo per gli esami iniziavano a diventare grandi stimoli. Così ho pensato di provare a realizzare quel sogno che da sempre ho avuto, ovvero fare l’accademia. Con questa scelta ho seguito un po’ le orme di mia madre che è un’artista: è lei infatti che mi ha introdotto nel mondo dell’arte, che mi ha abituato fin da piccola a vedere mostre, i miei libri da bambini erano libri d’arte… insomma è indubbio che questo amore mi sia stato trasmesso da lei. 

Ho sempre creduto a chi mi diceva “Studia, studia che l’artista puoi farla anche se studi” poi però arrivata all’università l’idea di fare l’accademia era sempre più forte.

Quando ho preso la decisione e ho mollato l’università, a pochi esami dalla laurea, nessuno l’ha presa bene, erano tutti scioccati. Io non ho mai vie di mezzo, o bianco o nero, decido sempre in modo impulsivo. Così ho iniziato l’accademia di Bologna e per tre anni ho fatto pittura sotto la cattedra di Mundula.

“Unseen” , site-specific installation, wood, paper, neon lights, sound. Porto dell’arte, Bologna, 2017

Dopo la triennale mi sono iscritta alla specialistica, sempre a Bologna, ma poco dopo mi sono resa conto che i corsi, i prof  e i compagni erano sempre quelli e, facendo i conti, era già il settimo anno che ero a Bologna (tra i corsi di lettere e l’accademia) quindi gli stimoli erano gli stessi, sia per la città che per l’ambiente scolastico. A Bologna gli spazi espositivi non erano molti, c’era Spazio Tripla i primi anni, il Mambo non era ancora sotto la direzione di Lorenzo quindi la proposta era un po’ vecchia, e la P420 era l’unica che dava opportunità interessanti. Prendendo in considerazione il tutto notavo che rimanevo ferma lì, con le stesse dinamiche e gli stessi stimoli. Ho deciso di guardare altrove, provando a fare applications per alcuni istituti a Londra. Sono entrata in Goldsmiths per il suo approccio teorico e critico sul contemporaneo.

“Me, You and the fog between us” , video and sound installation, mixed media, GOLD x contribution to DEPTFORD x , 2018

Per quello che ho avuto modo di vedere ultimamente, il tuo percorso di ricerca trova nella video arte una via espressiva. Vuoi raccontarci di più?

Io non mi ritengo una video artista, lavoro con il video ma lo utilizzo un po’ da profana. Nelle mie opere il video fa parte di un ambiente, anzi lo crea, ma non è l’unico media presente. Ultimamente lavoro site-specific creando ambienti immersivi ed esperienze visive dove c’è un continuo mescolarsi di media, anzi il suono sta diventa l’elemento fondamentale, forse più del video. Quando sono entrata in accademia dipingevo, quindi ho fatto un percorso più canonico: dalla pittura all’installazione e infine al video. In tutto il mio percorso però ho sempre lavorato con lo spazio. I primi quadri che facevo erano improntati sulla geometria ed iniziavo ad utilizzare il colore già in modo materico e spaziale, differenziando le linee e dando spessori diversi. In questi lavori c’era un inizio di quello che poi mi ha portato a distaccarmi dalla tela per lavorare sull’installazione. Nelle prime installazioni creavo strutture e stampe dove mi interessava l’interazione tra il mio lavoro e lo spettatore. Questa ricerca si è poi sviluppata nell’interazione tra l’opera, lo spazio e lo spettatore, dove lo spettatore stesso crea un’esperienza dell’opera. Il video e il suono sono stati uno sbocco abbastanza naturale di questo procedimento, perché per ricercare questa esperienza immersiva e attivare ancora di più lo spazio, questi sono i media più diretti per coinvolgere il pubblico. 

Nel mio lavoro i media si influenzano a vicenda, creando una compresenza sia a livelli materici sia a livello di video e audio. Quello a cui aspiro ora è eliminare il più possibile la parte fisica del lavoro per arrivare ad una sintesi il più possibile sonora.

 

La Goldsmith è una grande università, capace di spronare la ricerca artistica in modo autentico e profondo. Nel tuo percorso hai trovato spunti che vuoi condividere con noi? E cosa smuove la tua ricerca artistica ora?

All’inizio, quando facevo lettere e avevo iniziato a dipingere, prendevo ispirazione maggiormente dalla letteratura e trovavo nei testi di Italo Calvino un grande riferimento. Successivamente ho iniziato a distaccarmi un po’ dall’ispirazione letteraria perché stavo diventato molto didascalica nella mia ricerca e, di contro, ho iniziato a studiare le tematica della fisica che più mi affascinavano. Nel mio lavoro mi interesso di relazione tra due persone e di che cosa è, e come può essere rappresentata questa relazione invisibile di potenzialità nello spazio; il testo che ho trovato. e che trovo tutt’ora, fondamentale è “Gli amori difficili” di Italo Calvino. Da qui ho iniziato a fare dei parallelismi con teorie di fisica (soprattutto di meccanica quantistica) e quelle di neuroscienze.

“Ologram studio #1”, digital prints on organza, wood, 2018

Nelle mie ultime ricerche trovo molto interessante il discorso filosofico, come quello di Bachelard, che ha fatto del metodo scientifico un metodo di analisi con la filosofia analitica. Bachelard chiama “Ostacolo Epistemologico” l’incapacità di affrontare certe tematiche collegate ad un discorso di spazio/tempo, non sapendo come sono visti lo spazio e il tempo dalle scienze contemporanee e dalla fisica contemporanea. L’ Ostacolo Epistemologico, in realtà, è qualsiasi nozione datata che, nell’analisi della realtà, ti impedisce di approfondire la tua ricerca perché hai una visione sbagliata e superata della realtà. Bachelard fa della meccanica quantistica un nucleo fondamentale per il suo modo di sviluppare la filosofia e, a modo mio, ho fatto la stessa operazione. Sono andata  a studiare la meccanica quantistica per poter iniziare una ricerca approfondita e personale sul concetto di relazione, avendo così una visione più contemporanea del modo in cui viviamo.

Un’altra fonte d’ispirazione che trovo particolarmente interessante è Badiou. Questo filosofo creò un’analisi metafisica dedicata all’ipotesi che prima di avvicinarsi a qualcosa bisogna avere una propria idea, una propria opinione, su cosa sia l’essere. Trovo questo approccio molto attuale, e più in generale credo che la metafisica sia fondamento per la formulazione di qualsiasi pensiero.

“Potentials in a non-place #1” seven digital prints on organza, wood, 2018

Grazie per aver condiviso con noi qualche dettaglio di ciò che sta dietro i tuoi lavori e gli ambienti immersivi, ed enigmatici, che sei in grado di creare. Vorrei finire chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri?

Tornerò a Londra perché ho già alcuni progetti: ho una mostra con un collettivo di curatrici in una galleria della città, una mostra verso fine anno curata da un ragazzo che ha frequentato curatela in Goldsmiths e un workshop che terrò a Dicembre… Comunque sì, starò a Londra perché le cose da fare ci sono,  ma la mia speranza è quella di ritornare in Italia. Tornerei volentieri, magari a Torino, poiché credo sia molto attiva dal punto di vista dell’arte contemporanea e degli spazi indipendenti. Eppure al momento Londra è una realtà che non mi va di abbandonare… 

“Potentials in a non-place #1” seven digital prints on organza, wood, 2018

 

Francesca Rossi,

#BrilloInterviews

@OTTNProjects

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