5 QUESTIONS – THE CARIBBEAN HOUSE

Ci siamo messi all’ascolto dell’album dei The Caribbean House e siamo rimasti sorpresi con il desiderio di rimediare alla nostra mancanza: ascoltarli quanto prima dal vivo. Abbiamo poi chiesto di più a Billy Bogus, sarto modenese capace di cucire insieme i suoni, e sempre con ottimi risultati. Soddisfa la nostra curiosità spiegandoci di più sul trio, sulle imperfezioni, sul live …e poi ci sono ottimi consigli per passare un paio di momenti speciali sotto l’ombrellone o sul divano di casa. No dai state buoni, Billy non è diventato improvvisamente il vostro consulente di coppia, si parla sempre di musica e film, ma come al solito sono consigli preziosi.

Il vinile è già disponibile via Bearfunk


Innanzitutto complimenti, mi raccomando girali anche a Cristiano  e Federico. Ecco proprio con loro com’è nata questa collaborazione? E presentaci gli altri membri del gruppo.

Complimenti sempre fondamentali e bene accetti, girerò ai due soci in men che non si dica. 
The Caribbean House nasce da un  contatto “ravvicinato”: ai tempi del mio primo album come Billy Bogus lavoravo già con Cristiano Santini (ex Disciplinatha, ora Dish-Is-Nein) e, da poco orfano di tastierista, chiesi a lui se conosceva qualcuno: quando mi fece il nome di Federico Bologna io esultai giacché fan dei leggendari Technogod ma soprattutto della Lost Legion bolognese che per me ha sempre rappresentato la risposta nostrana (con tanto di scena clubbettara attivissima) al culto di Banco de Gaya, Transglobal Underground e PWOG.
Cristiano è stato il ponte tra me e Federico, ed essendo già tutti fan “reciproci” perché non iniziare un progetto musicale ex novo, in tre?

 

Come nasce l’album? Da “Night Drive” a “Jesus Freaks” (una delle nostre preferite) ad “Africa Addio” ci passa di mezzo un bel po’ di musica e di generi… spiegaci come vi siete approcciati. 

 

Sono felice che parli di queste tre tracce in particolare e ti spiego perché: “Night Drive” e “Africa Addio” sono i primi due brani che abbiamo provato a comporre come TCH, entrambi con una ritmica atipica volta ad eludere il semplice concetto di Disco fin da subito. Finiti i primi arrangiamenti abbiamo detto “Wow! Forse abbiamo qualcosa da dire, sia a noi tre che ad altre persone..” E va da sé che speriamo davvero sia così.
Jesus Freaks è il primo pezzo che ho composto in “solo” nel nuovo studio inaugurato qualche tempo fa; volevo qualcosa di groovy ed essenziale che non rinunciasse alla ruvidità dei generi a cui si ispirava: afro, funky, ma anche jungle e breakbeat. Poi Federico ha inserito un suono che ha letteralmente svoltato l’atmosfera a metà traccia, Cristiano lo ha mixato e da un brano di Bogus si è arrivati a The Caribbean House senza troppi ripensamenti.
Le nostre influenze si possono riassumere in un insieme di fascinazioni che provengono da due generazioni di musicisti e produttori: i comuni denominatori sono il punk ed il post punk, il secondo vissuto in prima persona dai miei due soci. Per quanto riguarda i generi ci piace tracciare un filo logico e di coerenza stilistica ma siamo inevitabilmente sommersi da una concatenazione di background a livelli sfalsati tipo il fim “Inception”, hai presente?! Afro, new wave, elettronica, disco, industrial, trip hop, trance… Non saprei davvero che altra classificazione aggiungere.
Di certo un buon esperimento che abbiamo condotto, senza forse esserne del tutto consapevoli, è farci condizionare da film visti e libri letti più che da altra musica. Ricreare musicalmente un mood incamerato da un’altra fonte o in un altro “luogo” porta inevitabilmente a parlare di colonne sonore e qui il discorso potrebbe diventare davvero molto lungo..

 

Mai visti dal vivo, ci scusiamo. Quindi raccontaci come vi muovete con il live di The Caribbean House. Cambierà qualcosa nel portare tutto l’album dal vivo? Avete intenzione di modificare le tracce rispetto alle originali ?

 

Non scusatevi, recupereremo. Tra le migliori esibizioni live che ci coinvolgono al momento annovero la serata NUL al Plastic di Milano e l’Outer festival a Castelfranco Emilia dove ci siamo esibiti in una chiesa con-sa-cra-ta (scandisco perché mi fa ancora un certo effetto).
Il live set dei TCH è abbastanza semplice quanto “vecchia scuola”: io maneggio dei campioni presi da film o ripassati attraverso samplers, generalmente li suono su vinile perché ho creato un paio di dischi ad hoc che utilizzo come tools. Federico invece suona sintetizzatori analogici dal vivo, come ha sempre fatto nella sua carriera: è il suo ruolo ed il suo grande talento. In seguito io e lui riversiamo il nostro magma musicale nel mixer analogico di Cristiano che dubba il tutto in tempo reale gestendo scheletri e struttura ritmica dei brani.
Quest’ultimi escono piuttosto riconoscibili da tutto il procedimento, ma elaborati con un piglio umano poco riprogrammabile, che per noi rappresenta il fulcro di tutta la faccenda: io personalmente detesto anche solo quantizzare la ritmica, tanto per darti un’idea di quanto sia legato al cosiddetto “human touch”.
Per fartela breve il nostro live mostra esattamente ciò che siamo: un DJ, un tecnico del suono ed un tastierista.

 

 

La traccia che più vi ha fatto dannare, quella che fondamentalmente pensavi di potere gestire ancora meglio di quello che avete fatto? E, altra cosa: avete in mente una versione remix dell’album o magari un EP? Noi ci speriamo ecco… Dai svelateci in anteprima un nome!

 

Di tracce incomplete ne ricordo un paio in particolare, non ne siamo mai venuti a capo: la prima si doveva chiamare “Space Unicorn” ed è stato un peccato doverla abbandonare perché si fondava su una allure mid-tempo un po’ deep a mio parere molto efficace, ma avevamo esagerato con uno sciabordio di sintetizzatori che si intrecciavano (pecca che può presentarsi a chi compone “a sei mani” per la prima volta) facendo scomparire l’idea originale e perdendosi in meandri poco felici. 
Stessa sorte toccata a un’altra song in origine chiamata “Stone” (dedicata al film precursore di Mad Max “Stone” di Sandy Harbutt) dove il groove proprio non ne voleva sapere di funzionare. 
Come ben sai noi non siamo proprio di primissimo pelo, e dopo svariati tentativi abbiamo mollato il proverbiale colpo. 
Risultato? Non abbiamo incluso le tracce da nessuna parte: con tutte le idee che ci sono venute negli ultimi tempi (considera che avremmo già pronto un nuovo album) preferiamo abbandonare ciò che non ci convince e non palesa fin da subito margini di miglioramento.
Al momento non c’è un’intenzione particolare rivolta ad un rework dell’album come fu per il mio primo “Night Movie” ma ti svelo volentieri che i leggendari nonché vostri concittadini Mushrooms Project, dopo aver remixato il primo singolo “Gong Bong”, sono letteralmente impazziti per la traccia “Love by Proxy” (che nasce già come remix all’altrettanto mitico Sapo) e non è escluso che i magici funghi ne facciano una nuova versione. 
C’è un certo feeling musicale tra TCH e Mushrooms Project, ed è un bene perché loro sono davvero dei talenti; vedremo se sarà possibile concretizzare questo interesse attraverso un nuovo singolo su Bearfunk, io ci spero.

 

Nic sei un divoratore di musica, sei uno dei nostri punti di riferimento per il cinema, quindi… sparaci due dischi e due film per questa estate. I dischi li vogliamo per un tranquillo pomeriggio sotto l’ombrellone, mentre i film qualcosa capace di tenerti sveglio la notte!

 

Ti ringrazio molto, sai che è sempre un piacere collaborare con voi di Beat to Be.
Partendo dai film che sai bene essere un argomento prioritario per il sottoscritto, consiglio caldamente “L’ultimo Treno della Notte” (1975) del supremo Aldo Lado con Flavio Bucci ed Enrico Maria Salerno in un ruolo strepitoso, le musiche sono di Ennio Morricone. Classificato un po’ in tutti i modi dagli amanti delle etichette, “Sex & Violence”, “Rape & Revenge” e chi più ne ha più ne metta, questo film è semplicemente un ottimo thriller con ottimi attori e con un risvolto sociale inatteso, svelato nel finale: la tensione corre altissima in questa pellicola di un Lado in stato di grazia.. 
Il secondo Night Movie che ti propino è un ibrido trash inquietante (aggettivo che utilizzerei anche solo per la realizzazione): dei collegiali arrapati rimangono intrappolati in un bowling per uno scherzo fatto da una cheerleader stronza; improvvisamente un vecchio trofeo si rovescia liberando una creatura nefasta che plagia il cervello dei malcapitati: sto parlando di “Tragica notte al bowling” (David DeCocteau – 1988) e se siete amanti dei college movies mescolati ad altri generi come l’horror e il trash questo film potrebbe fare al caso vostro. 
Intendiamoci: “L’ultimo treno della notte” è un film d’autore,  “Tragica notte al bowling” una boiata americana, ma ve li consiglio entrambi, per non farvi mancare nulla in un’umida notte estiva.
Come dischi da ombrellone consiglio invece “passionfruit falls” di tale Brother Mynor per Inner Ocean Records: una interessante, anche se inevitabilmente “laptoppara”, lettura del trip hop: trattasi ad ogni modo di un lavoro che scorre bene in cuffia e che strizza l’occhio a Madlib e Prefuse 73.
Infine, per non discostarsi troppo dalla cinematica, consiglio “Musica per l’immagine”, una compilation fenomenale uscita per gli amici della Fly by Night di Londra di cui è già in lavorazione il secondo volume: Lamberto Macchi, Fabio Fabor e Alberto Baldan Bembo sono solo alcuni degli autori inclusi, fate un po’ vobis.

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