5 QUESTIONS – MÈSICO

 

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Mèsico è Paolo Mazzacani al suo primo lavoro da solista, “A Long Betrayal” uscito a Gennaio è stato brevemente riassunto con una frase: “ballads from fogland”. L’album prodotto da Enrico Baraldi degli Ornaments, con la partecipazione di Gionata Mirai del Teatto Degli Orrori e Stefano Pilia dei Massimo Volume, è interamente composto da ballads brevi ma intense. Realizzato interamente con solo chitarra acustica è di una bellezza fuori dal comune, sorprendente se si pensa a Paolo dietro alla strumentazione elettronica dei Tempelhof insieme a Luciano Ermondi ormai da sette anni. Di seguito le nostre cinque domande per sapere qualche cosa in più rispetto al gran bene detto fino a qui sul disco da addetti ai lavori e pubblico.


“A Long Betrayal” è un disco che all’ascolto risulta folk, ci piacerebbe sapere se c’è una passione particolare da parte tua per il genere in questione.

Alcuni lo accostano al folk, più per il fatto che nella composizione ho utilizzato molto la chitarra acustica, ma io preferisco parlare di songwriting, per il fatto che non ho radici folk in senso stretto. Detto questo, sono sempre stato un grande fan di una serie di artisti e band, principalmente americani, che tra gli anni ’90 e i primi anni del 2000 hanno scritto pagine incredibilmente intense, penso, ad esempio a Will Holdham, Jason Molina, Califone, Elliott Smith, Okkerville River e me ne scordo moltissimi altri.

In un intervista hai detto che Carribean Girl è il brano a cui sei più legato. Per quale motivo ? Come nasce il pezzo e cosa rappresenta all’ interno dell’album.

Caribbean Girl riassume in poco più di 3 minuti gran parte di ciò che è il disco: amore, abbandono, fallimento e rinascita, lontananza, viaggio, ricerca di se stessi e di ciò che chiameremo “casa”. E’ un brano che lavora molto per immagini, le stesse immagini che rivedo costantemente quando la suono dal vivo e che continuano a emozionarmi.

Come applichi l’elettronica, anche se al minimo, ad un progetto acustico come Mésico.

In A Long Betrayal l’elettronica è appena accennata, diciamo che quello che si avverte è più l’utilizzo di qualche delay prolungato o di tracce in reverse. In ogni caso, è entrata a giochi fatti, diciamo, in fase di arrangiamento. Ma nel prossimo lavoro credo avrà un ruolo più centrale.

Cosa provi nel salire sul palco e cantare? Qualche live con questo progetto ormai l’hai realizzato, quali emozioni hai provato e che approccio hai con il pubblico, tu che con i Tempelhof sei abituato ad una performance differente.

All’inizio provavo solo panico! Ora, che ho alle spalle una trentina di concerti, riesco ad abbandonarmi e divertirmi. E’ una dimensione diametralmente opposta a quella che vivo nei Tempelhof, in cui io e Luciano stiamo in penombra dietro alle macchine e sono il suono e la parte visual ad essere al centro della scena. In solo mi trovo spesso a suonare in posti piccoli in cui la gente è veramente a un passo. Lì puoi vedere tutti negli occhi o quasi e riesci a capire esattamente l’umore della sala. Quando c’è silenzio e partecipazione è probabilmente una delle emozioni più forti che un musicista possa provare.

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Gionata Mirai del Teatro degli Orrori, l’abbiamo visto con te suonare dal vivo e sappiamo che è un amico. Dobbiamo aspettarci qualche cosa in futuro ? Raccontaci come è nata la vostra amicizia, cosa vi lega musicalmente e quali sono i vostri ascolti quando vi trovate a fare musica.

Io e Gionata siamo legati da un’amicizia profonda fin dai tempi dell’università. Dividevamo l’appartamento a Bologna e, com’è facile da immaginare, passavamo molto più tempo a suonare che a lezione. Siamo stati insieme nelle prime band, abbiamo collaborato spesso ai tempi dei Super Elastic Bubble Plastic ed è grazie a lui che ho suonato per la prima volta come Mèsico. Ci lega la vita, più che la musica.

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