5 QUESTIONS – GIUNGLA

 

Abbiamo incontrato Giungla, la seconda volta che l’abbiamo ascoltata dal vivo la settimana scorsa è stato più bello della prima, come per il sequel di un film, la seconda stagione di una serie o il secondo album di un gruppo, c’è sempre la paura di rimanere un po’ freddini, essere più critici …entusiasmarsi meno. Niente di tutto ciò, Giungla continua ad impressionare per la sua presenza sul palco oltre che per le note della sua chitarra. Noi l’abbiamo disturbata un attimo per soddisfare un paio di nostre curiosità.


 

Ti hanno descritta come “the love child of PJ Harvey and Grimes”, tu hai detto che uno dei tuoi punti di riferimento è Beth Ditto. Come ti senti ad essere accostata a queste figure, cosa ti colpisce più di ognuna di loro? C’è anche qualche figura maschile che ti ha influenzata?

Di PJ Harvey ammiro il fatto che sappia costantemente evolversi e maturare con un’eleganza fuori dal comune, soprattuto perché credo sia una delle cose più difficili per un’artista sul lungo termine. Di Grimes mi piace il fatto che si occupi praticamente a 360 gradi di tutto ciò che la riguarda con la massima libertà (che si tratti di video, produzione, ecc). Beth Ditto sul palco con i Gossip invece strilla(va) la sua energia positiva con una sicurezza che per forza ti smuove qualcosa, nella sua semplicità. Sono musiciste molto diverse ovviamente, che seguo proprio perché sono uniche e riescono a trasmettermi una loro verità, ad emozionarmi.

Se penso ad un disco che credo mi abbia davvero influenzata come “gusto”, che riesce a spaziare tra diversi generi e sperimentare con tantissime sonorità, mi viene subito in mente Guero di Beck.

Hai iniziato la carriera solista dopo “Heike has the giggles” and “His Clancyness”, di cosa avevi più bisogno a livello musicale nel momento in cui hai deciso di fare qualcosa di tutto tuo? Ti mancano le dinamiche che ruotano attorno ad una band?

 Avevo bisogno di trovare nuovi stimoli e di buttarmi. Mettermi su un palco da sola mi ha dato una vera scossa e ha dettato anche la direzione del sound. Per il resto, inizialmente è stato strano, soprattutto fare le prove da sola. Poi ho capito che non sentirmi “protetta” da altre persone sia la cosa migliore che mi sia mai capitata e che era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Mi ha permesso di conoscermi meglio e crescere. Suonare da sola e in una band sono due cose molto diverse e mi piacciono entrambe. Forse a volte, soprattutto nei momenti più difficili, mi mancano un po’ certe dinamiche da band, ma un’altra cosa che ho imparato da tutto questo è che per stare bene con gli altri bisogna prima saper stare bene da soli, quindi sono contenta di essermi come trovata.

Quest’anno hai suonato al SXWS ad Austin in Texas, ci racconti qualcosa di questa esperienza? C’è qualche altro posto dove hai suonato che ti è rimasto impresso?

 Il SXSW è un evento unico. Non ci sono i palchi grossi come nei classici festival, per intere strade della città, praticamente ogni porta si trasforma in venue per concerti e anche le band più grosse suonano più volte. Ci sono quindi tantissimi eventi in contemporanea, e lì ti rendi davvero conto di essere una goccia nell’oceano. Per me ha significato tantissimo esserci ed è un appuntamento che adoro anche da fan della musica. Che tantissime persone abbiano scelto di venire a vedere me tra tutte le cose possibili da vedere allo stesso orario è stato veramente super. Tra i ricordi più belli porto con me Eurosonic e Le Guess Who? in Olanda e Tallinn Music Week in Estonia.

Il 19 luglio aprirai ai Foals al Magnolia. Come ti senti a condividere il palco con loro?

 Non vedo l’ora. Ho già avuto modo di vederli alcuni anni fa e sono degli animali da palco. Quasi quasi chiederei a Yannis Philippakis qualche consiglio per diventare anch’io una professionista dello stage diving!

La ricetta del tuo live è potente quanto semplice: chitarra, pedali, drum machine e headbanging…anche il tuo nome GIUNGLA è intrigante e minimale, naturale allo stesso tempo. Pensi che la tua personalità si rifletta completamente nella tua musica?

 Non intendo la mia musica in maniera prettamente autobiografica, nel senso che non mi interessa che sia un semplice “sfogo” o riflesso di me stessa; magari a volte può esserlo in qualche modo, ma mi piace pensare sia comunque solo un punto di partenza per arrivare a dire, spero, qualcosa di più ampio. Nei pezzi, raramente (mi) racconto, mentre più spesso parlo a me stessa o a qualcun altro. In questo, credo proprio che la mia musica rispecchi perfettamente come sono fatta.

 

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