5 QUESTIONS: DJ ROCCA MEETS INDIAN WELLS

 

Pietro Iannuzzi aka Indian Wells tra chi fa musica è conosciuto e stimato da tempo, con il suo ultimo disco per Friends Of Friends di Los Angeles è successa una cosa che appartiene al passato ma che vuole dire ancora tanto per chi produce: il disco è stato avvistato sugli scaffali dei negozi che vendono musica, quelli veri. Altra cosa di non poco conto che ha fatto Pietro è quella di sapere attendere in un mercato discografico che tra i suoi difetti a nostro parere ha quello di essere frenetico, a volte schizofrenico… le cause le sappiamo. “Where The World Ends” è stato un processo lungo, oggi sappiamo come suona e quindi ad Indian Wells abbiamo chiesto come si sono sviluppate le idee e il processo creativo dell’album. Per farlo ci voleva uno all’altezza, capace di chiedere e di intendersi tecnicamente di quey sinth che, nel modo in cui Pietro li utilizza, emozionano ad ogni ascolto: Dj Rocca incontra Indian Wells.

 


 

Cominciamo dalle tue influenze, o per meglio dire, la scena a cui ti senti più vicino…abbiamo parlato diverse volte di Border Community e della tua recente collaborazione con Luke Abbott…ma io personalmente ero curioso di sapere per questo nuovo album, a quali nuovi, o vecchi, spunti hai fatto riferimento? Hai fatto ascolti che ti hanno dato direzioni differenti?

Si, oltre a cose di Border Community come ben sai ho ascoltato molto altro, in particolar modo alcuni lavori di Egisto Macchi, o Luciano Cilio, per citare cose più vecchie, ma anche roba piuttosto recente come Holly Herndon, Floating Points etc. Ascolti variegati insomma, non so dirti però in che misura mi abbiano influenzato, per me avviene tutto a livello molto inconscio, il mio cervello elabora, mastica e sputa fuori, a volte senza una logica precisa. Per farti un esempio l’idea di Cascades è nata dopo aver pensato alla musica di sottofondo de “l’intervallo” della Rai, andava in onda a fine anni 80 primi 90 credo, ero un bambino, ebbene una delle musiche utilizzate era “Toccata in La Maggiore Per Arpa e Orchestra” di Pietro Domenico Paradisi, un autore del 700. L’arpeggiatore di Cascades è nato da lì, l’arpa de “La toccata” mi dava la sensazione di una cascata di suoni e volevo ricreare qualcosa di simile.

La necessaria domanda tecnica. Come funziona il tuo processo compositivo? Inizi da un idea, da una linea di basso, da un ritmo, da una melodia? Come procedi per fare l’arrangiamento, e per chiudere un brano?

Solitamente parto da un piccolo frammento di suono, può essere un sample o un loop creato da me. Poi inizio con la parte melodica e infine basso e ritmica, anche se non sempre necessariamente in questo ordine. Per chiudere un brano possono passare mesi, di solito preferisco far fermentare le idee, appena mi rendo conto che un’idea è buona la lascio lì e la riprendo in un secondo momento, affronto il pezzo magari da un’angolazione diversa, trovo soluzioni nuove a cui magari prima non avevo pensato.

Quando, un anno fa, parlavamo dell’impronta che avresti voluto dare all’album, mi dicesti che stavi pensando di usare maggiormente i ritmi, le drum machine…
come è andata la tua esplorazione? Hai seguito qualche linea artistica, qualche artista in particolare, o hai intrapreso un percorso eterogeneo?

Si, l’intenzione era quella di “accelerare” le parti ritmiche, rendere tutto più dinamico. In realtà ho ascoltato alcune cose club-oriented, Four Tet, Dj Koze, Kiasmos, ma anche cose molto più tranquille, downtempo tipo Boards of Canada, quindi direi si, alla fine è stato piuttosto eterogeneo.

Un’altra cosa che mi incuriosisce, è come fai ad ottenere il tuo suono così altamente emozionale. Voglio dire, diversi artisti nostri connazionali della scena elettronica, fanno trasparire maggiormente la vena italiana tipica della melodia, della solarità, mentre nella tua musica mi arriva sempre una profondità malinconica che mi da emozioni inaspettate. Spiega…

Non so darti una spiegazione precisa, credo venga fuori quello che sono, sono un tipo malinconico, d’altronde sono nato e cresciuto in un paese di montagna di 1000 abitanti, quindi grandi vallate, silenzio, molto tempo per riflettere, credo che questo mi abbia portato a sviluppare una certa “sensibilità”. Poi sono tendenzialmente anche un solitario, nel senso che ho proprio necessità di avere le mie ore di solitudine quotidiana. Insomma un montanaro chiuso in se stesso. No dai, non è vero, alla fine sono un po’ timido ma socievole in fondo.

Ed infine la domanda di rito da nerd. Sicuramente starai preparando il live del tuo nuovo album…ecco: quale sarà il tuo set up? Se vuoi mantenere il segreto ho già la domanda di riserva…e cioè il set up che hai usato per i brani dell’album…

Nessun segreto, in realtà ho solo un nuovo strumento che ho aggiunto a quelli che già utilizzavo per i vecchi live. Quindi laptop, sp404, launchcontrol XL, launchpad e maschine. In studio invece ho iniziato a utilizzare synth modulari (che mi piacerebbe portare anche nel live), un moog, organelle e microkorg.

 

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